sally-oldfield-water-bearer-smallCi sono dischi che impariamo ad amare e apprezzare col tempo, e che riconosciamo come dei capolavori o come delle opere importanti per la storia della musica rock. E poi si sono dei dischi con cui invece è amore al primo ascolto, che ti entrano nel cuore, ti cambiano la percezione della Musica e ti accompagnano pe tutta la vita.
Quando nel 1978 ascoltai Water Bearer, il primo album di Sally Oldfield, sorella minore del già noto Mike, rimasi subito rapito dalla musica che si sprigionava da quei solchi e gli anni passati, e le migliaia di altri dischi ascoltati, non hanno affatto scalfito l'amore che ancora mi lega a questo disco, che non esito a inserire sempre tra i 10 più belli in una mia ipotetica classifica (credo che ogni tanto le facciamo tutti no?).

Era il 1978 quindi, un'epoca di grandi cambiamenti e sommovimenti, in campo musicale e sociale. Il nascente punk-rock stava cercando ingenuamente di scalzare una generazione di musicisti ritenuti ormai obsoleti, per iniettare nuova carica ed energia nell'asfittico panorama musicale dell'epoca. Progressive Rock, heavy metal, pop-rock... tutto venne investito da questa nuova onda, la "new wave" appunto, e molto fu spazzato via senza pietà.
Sally Oldfield scelse quindi, con un tempismo eccezionale, proprio il periodo peggiore in assoluto per uscire alla ribalta col suo primo album "ufficiale" (col fratello Mike aveva già inciso un album come Sallyangie nel 1969), un disco assolutamente fuori da ogni schema dell'epoca, apparentemente anacronistico, forse fuori dal tempo ma seppe colpire al cuore il sottoscritto come poche altre opere prime. Come il fratello, all'epoca ancora lontano dai fasti pop-rock di "Moonlight Shadow" ma ancora dedito a un percorso musicale totalmente originale che traeva elementi dal folk, dal progressive rock e dalla musica classica, anche Sally suona praticamente ogni strumento del disco, dalle chitarre al pianoforte,dal mandolino a svariate percussioni, senza i virtuosismi tecnici di Mike ma rivestendo di suoni cristallini melodie solo apparentemente semplici ed orecchiabili, ma invece complesse e ricche di cambi di tempo e di armonia. La sua voce limpida e calda si fonde alla perfezione col tappeto strumentale creando un amalgama affascinante e suadente già dal primo ascolto.
Dopo l'iniziale title track ispirata all'antico e universale simbolo del "Portatore d'acqua", la prima facciata è occupata quasi per intero da una specie di suite, quattro canzoni senza soluzione di continuità unificate dal titolo "Songs of the Quendi", e ispirate dal "Silmarillion" e dal "Signore degli Anelli" di Tolkien, esplicitamente citati nei testi e nelle note ci copertina. Si badi che siamo nel 1978, e quindi in tempi assolutamemte non sospetti, quando il regista Peter Jackson ha 16 anni! La musica di Sally è perfettamente aderente allo spirito tolkieniano, come pochi altri musicisti sono riusciti a fare, e "Night Song" e "Nenya" sono dei piccoli capovalori, delle gemme incastonate in un diadema sonoro di rara purezza. Conclude il primo lato l'orecchiabile "Mirrors", inizialmente uscita solo su singolo e poi inserita dalla casa discografica nell'album, canzone che ebbe anche un qualche successo radiofonico.
La seconda facciata è più eterogenea come ispirazione letteraria, ma è sempre a livelli altissimi con almeno due brani che si elevano sugli altri: "Child of Allah" e la conclusiva "Song of the Healer", in cui ritornano ancora Tolkien e antichi simboli, impreziosita dall'inaspettao intervento del tenore Brian Burrows. L'album si conclude sommessamente, la strumentazione si fa più scarna, il volume cala fino all'ultima nota di mandolino, lasciandoti la voglia di girare il disco e iniziare l'ascolto da capo.
Purtroppo Sally Oldfield non è più riuscita, con gli album seguenti, a ricreare la stessa magia, ma questo album è davvero musica fuori dal tempo, che richiede all'ascoltatore un cuore aperto e la disponibilità ad abbandonarsi alle emozioni e a lasiciarsi trasportare nelle Terre dell'Altrove.